I talebani dell’auto che vogliono costringere tutti gli italiani a usarla

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Una tecnologia obsoleta e inefficiente. Ma che rende un sacco di soldi.

Spesso nelle discussioni sulla mobilità urbana i partigiani dell’auto a tutti i costi ammantano le loro argomentazioni con una pelosa retorica della libertà di scelta: “i cittadini devono essere liberi di usare il veicolo che preferiscono, cioè l’auto”. Da cui discende il corollario: “quindi servono più strade e più parcheggi”.

La realtà dei fatti è opposta:

  1. Moltissimi cittadini affermano di essere “costretti” ad usare l’auto: perché il lavoro è lontano, perché la bici è pericolosa, perché mancano i mezzi pubblici o sono scomodi… e quindi sono “costretti” a ricorrere a un mezzo privato molto costoso come l’auto che li costringe a lunghe ore nel traffico e a perdere ogni giorno un sacco di tempo alla ricerca del parcheggio, senza contare i pesanti costi di mantenimento e riparazione del mezzo.
  2. Diverse ricerche e indagini evidenziano il fatto che molte persone userebbero volentieri molto di più la bicicletta perché è più divertente dell’auto, spesso più veloce e sempre molto più economica ma spesso non lo fanno, particolarmente le donne nei paesi poco “bike friendly”, perché hanno paura del traffico e del pericolo rappresentato dalle auto.

È quindi evidente in realtà che i partigiani dell’auto, fingendo di essere liberali e moderni, vogliono o giustificare una loro personale scelta di comodo, oppure hanno interesse economico diretto o indiretto a perpetuare un modello di mobilità estremamente costoso e inefficiente:

  1. Produttori di automobili;
  2. Rivenditori di automobili;
  3. Pubblicitari che guadagnano producendo costosissime campagne pubblicitarie per le diverse marche di automobile; le spese per produrre gli spot vengono talvolta gonfiate per esportare capitali, per creare fondi neri o per passare compensi sottobanco;
  4. Editori e mezzi di comunicazione che fatturano in Italia centinaia di milioni di euro dalla pubblicità automobilistica (qui i dati di Fiat e Volkswagen in Italia, rispettivamente 100 e 105 milioni nel 2016. A livello globale gli investimenti sono nell’ordine di cinque, dieci centinaia di milioni per ciascun marchio, totalizzando diversi miliardi per l’intero mercato);
  5. Giornalisti che sono influenzati dai colossali budget pubblicitari delle marche automobilistiche;
  6. Sindacati e partiti politici che cercano il consenso fra i dipendenti delle fabbriche di automobili;
  7. Autoriparatori, meccanici e carrozzieri che prosperano sul business della manutenzione e degli incidenti stradali;
  8. Petrolieri e marche di carburanti;
  9. Costruttori e manutentori di strade e autostrade;
  10. Produttori di cemento e asfalto, produttori di segnaletica;
  11. Gestori pubblici e privati di parcheggi a pagamento;
  12. Società autostradali che prosperano sul business dei pedaggi che è una sinecura offerta graziosamente dallo stato ad aziende amiche della politica;
  13. Assicurazioni.

Il business dell’auto naturalmente è in gran parte del tutto legittimo, ma quando eccessivamente sviluppato porta a paradossi e problemi. Per esempio in Italia c’è il record europeo di auto per abitante.

Contemporaneamente nell’economia italiana verifichiamo questi tre fenomeni:

  • la produttività italiana per lavoratore è fra le più basse d’Europa,
  • il traffico fra i peggiori
  • e l’economia italiana la più lenta d’Europa (alternativamente in crisi e recessione da oltre un decennio)

È evidente che l’enorme spesa dedicata al mantenimento di due o tre veicoli per famiglia drena risorse che potrebbero essere dedicate ad altri settori economici (vacanze, consumi culturali, ristoranti, servizi e prodotti di vario genere) probabilmente contribuisce alla paralisi dell’economia italiana, come la spesa quotidiana per dosi sempre crescenti di droga invece di creare ricchezza danneggia economicamente il drogato. In una situazione di perenne crisi economica strisciante non puoi dedicare un quarto della spesa familiare all’automobile senza sacrifici in altre aree.

In sintesi estrema:

  • In Italia chi difende a spada tratta l’uso dell’automobile come veicolo privato è spesso in una situazione di conflitto di interessi economico (vedi sopra) o psicologico (“l’ho comprata, ho speso un sacco di soldi e adesso mi dite che ho fatto una stupidaggine?”); pochi hanno acquistato l’auto in seguito a una valutazione razionale delle diverse opportunità di trasporto.
  • La situazione italiana dell’automobile è patologica e unica in tutta Europa.

Leggi anche questo articolo: Povertà e auto da 20.000 euro.

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Informazioni su Gianni Lombardi

Autore di libri e scrittore freelance. Ex pubblicitario. Istruttore di Yoga. -Blog, E-mail, Facebook, Twitter, Web, Pranayama, Filosofia Yoga -Tweet su Yoga, Internet, Bicicletta, Politica. Libri: http://owl.li/CESmh https://twitter.com/yogasadhaka
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