I problemi del bike sharing

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Stazione del bike shaing BikeMi in piazza del Duomo a Milano. Immagine da Wikipedia Commons

Esistono due tipi di bike sharing: quello a flusso libero (le bici si prendono dove si trovano e i lasciano dove si vuole nell’ambito delle zone consentite) e quello con docking station (le bici si ritirano e consegnano presso appositi parcheggi diffusi in città).

  1. Il bike sharing funziona, abbastanza bene, solo nelle grandi città. Nelle città medie o piccole viene sotto-utilizzato oppure è anti-economico. Infatti occorre avere sia un adeguato numero di bici a disposizione, sia un discreto numero di utenti interessati. Se le bici sono poche gli utenti non le trovano, se gli utenti sono pochi le bici sono poco utilizzate.
  2. Il modello di business non è lineare: non basta avviare il servizio e incassare gli abbonamenti e tariffe per guadagnare. In generale occorre che ci siano contributi del comune oppure altre entrate perché sia redditizio: gli abbonamenti e le tariffe d’uso in genere non bastano per coprire tutti i costi. Il servizio BikeMi di Milano, per esempio, si regge economicamente perché, oltre agli incassi degli abbonamenti, vende spazi pubblicitari e sponsorizzazioni. Nel 2018 però, dopo anni di gestione economica positiva, sembra avere trovato problemi economiciLe entrate pubblicitarie, comunque, possono essere interessanti solo nelle grandi città, per una questione sia di numero di utenti, sia di mercato pubblicitario. Per quel che riguarda il bike sharing a flusso libero, sembra che gli operatori siano interessati ai dati dei comportamenti degli utenti, oltre che agli incassi. Ma per ora non si sa molto di più.
  3. Il bike sharing con docking station ha bisogno di un servizio di furgoni che distribuiscano periodicamente le bici lungo le diverse stazioni. Il flusso normale degli utenti spesso non è sufficiente per una distribuzione ottimale delle bici dove servono.
  4. Il servizio a flusso libero ha un problema analogo di distribuzione ottimale delle bici, ma di più difficile gestione, per mancanza di punti fissi di raccolta. In alcune città ci sono servizi che compensano gli utenti che prendono le bici abbandonate in luoghi periferici per portarle in zone di maggiore richiesta.
  5. Entrambi i servizi soffrono problemi di furto e vandalismo, ma il problema è maggiore per le bici a flusso libero. Per mancanza di docking station (che fungono anche da antifurto nei confronti di chi non è autorizzato a usare la bici), le bici a flusso libero possono essere abbandonate in luoghi non indicati, prese e spostate, buttate nei canali, appese ai rami degli alberi, eccetera. Per esempio se una bici viene abbandonata sulle strisce pedonali è possibile individuare l’utente che l’ha fatto e penalizzarlo con una multa o una detrazione sul suo abbonamento. Ma se l’utente ha lasciato la bici parcheggiata regolarmente e qualcuno l’ha spostata per malignità o per fare uno scherzo, questo non è individuabile. Mentre la docking station rende relativamente difficile spostare una bici legata lì, l’antifurto delle bici a flusso libero non impedisce di prendere la bici di peso e spostarla altrove.
  6. Per il momento non sembra che il bike sharing riduca il traffico di automobili private. Non è chiaro se il bike sharing induca gli automobilisti a usare la bici (o provarla) piuttosto che, al contrario, indurre pedoni e passeggeri dei mezzi pubblici a usare il bike sharing invece di camminare o usare i mezzi. Non si sa quindi se il successo di un servizio di bike sharing riduca l’uso dell’auto privata oppure cannibalizzi mezzi pubblici e spostamenti a piedi.
  7. Il bike sharing è un eccellente servizio dal punto di vista degli amministratori comunali: permette loro di presentarsi a pubblico con un’iniziativa ‘ecologica’ e di ‘mobilità sostenibile’ senza alcuna fatica e senza alcuna spesa (salvo eventuali contributi comunali che comunque in Italia non risultano esserci). L’investimento lo fa l’imprenditore, la gestione logistica la fa l’imprenditore, i rischi sono a suo carico, mentre il comune non deve letteralmente muovere un dito.

Chi conosce casistiche documentate di successo, insuccesso e soprattutto effetti sul traffico automobilistico, uso dei mezzi pubblici e traffico pedonale da parte dei diversi tipi di bike sharing è pregato di segnalarlo nei commenti.

Qui, su Bikeitalia, una serie di articoli di approfondimento su diversi marchi di bike sharing e diverse città.

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Bicicletta Gobee vandalizzata in una strada di Parigi. Immagine da Wikimedia Commons.

Informazioni su Gianni Lombardi

Autore di libri e scrittore freelance. Ex pubblicitario. Istruttore di Yoga. -Blog, E-mail, Facebook, Twitter, Web, Pranayama, Filosofia Yoga -Tweet su Yoga, Internet, Bicicletta, Politica. Libri: http://owl.li/CESmh https://twitter.com/yogasadhaka
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Una risposta a I problemi del bike sharing

  1. b. laum ha detto:

    Nella mia esperienza coi colleghi di lavoro a Milano, le bici a stalli fissi non sostituiscono auto, ma sono usati in abbinamento a mezzi e ai ratti a piedi. In generale sono viste come miglioramento della mobilita’ personale.

    "Mi piace"

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