Il semaforo è la rottura di scatole che gli automobilisti hanno imposto al mondo

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Tutta questa tecnologia per un risultato così modesto… da 8 a 15 km/h di velocità media in città.

Il moderno semaforo per regolare il traffico automobilistico esiste dal 1914, quando ne venne installato uno elettrico a Cleveland, negli Stati Uniti, con due luci, una verde e una rossa. Oggi il semaforo agli incroci viene considerato un oggetto talmente “naturale” che sembra ovvio doverlo rispettare tassativamente. Chi passa col rosso è un criminale, anche se è un pedone che vede la strada totalmente deserta in tutte le direzioni perché è domenica mattina presto e non c’è in giro nessuno. Ovviamente, è necessario rispettarlo, perché l’attuale organizzazione delle città lo impone. Però…

Va però osservato e ricordato che il semaforo esiste per le automobili. Serve per difendere gli automobilisti dalle altre automobili, e ciclisti e pedoni sempre dalle automobili.

La realtà dei fatti è che sono gli automobilisti e gli autisti di altri veicoli a motore che generalmente non sono in grado di regolarsi da soli nei contesti urbani e in molti contesti extraurbani, al punto da richiedere l’installazione di milioni di semafori in tutto il mondo, con i conseguenti enormi costi di installazione e manutenzione. Prima della civiltà dell’auto l’uomo viaggiava come e più di oggi, forse non in termine di chilometri complessivi ma sicuramente in termini di movimento e numero di tragitti. Basta leggere le Memorie di Carlo Goldoni per scoprire quanto si viaggiasse ai suoi tempi. E non è detto che fossero viaggi più faticosi o spiacevoli rispetto a stare ore in coda in autostrada. In tutti i casi, non avevano bisogno né di semafori, né di segnaletica complessa, né in città né in campagna.

La prima rivoluzione nel modo di viaggiare fu generata dalla bicicletta: il primo mezzo meccanico privato della storia, estremamente efficiente, purché le strade fossero lisce. Era un mezzo poco esigente: bastava curare un po’ di più le strade rispetto a prima. Milioni di biciclette invasero Europa e Stati Uniti a partire dal 1860 e sono state il mezzo di locomozione più usato in tutta Europa quasi fino al 1950. In Europa nacque il turismo moderno, grazie alla combinazione fra bicicletta e treno. (“Tre uomini in barca” e “Tre uomini a zonzo”, di Jerome K. Jerome, erano storie di turismo. Nel primo si tratta di turismo fluviale sul Tamigi, nel secondo un giro in bicicletta e tandem in Germania)

Poi, decenni dopo la bicicletta, è arrivata l’automobile, con le sue enormi esigenze di spazio e infrastrutture complesse, fra cui il semaforo. Ne ammiriamo tutti la tecnologia e spesso anche linea ed eleganza. Ma ha un problema: risultati scarsi in termini di efficienza, economia e sicurezza, particolarmente in città.

Con la comparsa dell’automobile si sono rese necessarie infrastrutture sempre più complesse e costose. L’automobile, nella retorica della pubblicità automobilistica, ti dà tanta libertà, ma a prezzo di numerosissime costrizioni (fra cui pagarla e mantenerla):

  1. È necessario prendere la patente e un lungo periodo di apprendimento
  2. Servono strade asfaltate o in cemento in grado di sostenere mezzi che pesano da mezza tonnellata in su, fino alle ventisei tonnellate degli autoarticolati, per non parlare dei mezzi eccezionali.
  3. Occorre dappertutto segnaletica complessa e per quanto sia articolata è spesso insufficiente o non ben visibile (in Italia ci sono 150 segnali stradali ogni km… uno ogni otto metri).
  4. Serve un codice della strada che regola puntigliosamente le norme di comportamento dell’automobile e di tutti i veicoli
  5. Occorrono semafori e rotonde
  6. Occorrono numerosissimi dispositivi di sicurezza: cinture, airbag, sistemi di frenatura abs, carrozzerie in grado di assorbire gli urti, piantoni speciali per il volante, sensori di parcheggio, telecamere posteriori, il tutto per difendere l’automobilista da sé stesso e dalle altre automobili.

Una complessità enorme per consentire agli automobilisti di viaggiare alla stessa velocità di cavalli, carrozze e biciclette: la velocità media in città è inferiore ai 15 km/h, e scende a meno di 8 km/h in caso di congestione (dati spesso citati da Confcommercio). Qui i dati di uso di due milioni di veicoli italiani equipaggiati con la scatola nera delle assicurazioni. La stessa velocità a cui era abituato a viaggiare Carlo Goldoni nel XVIII secolo.

Tutte queste complicazioni per un risultato così scarso?

Il semaforo è il simbolo del mondo dell’automobile: la rottura di scatole quotidiana che gli automobilisti hanno imposto a tutto il mondo per passare la strada, perché senza semafori si ammazzerebbero tra loro ad ogni incrocio, e ammazzerebbero pedoni e ciclisti con una frequenza ancora maggiore di quella attuale. Per di più creando zone ad alto inquinamento atmosferico, a causa delle frenate e delle auto in coda col motore acceso al minimo per ore tutti i giorni.

Il tutto per andare, in città, veloci come in carrozza e più lenti delle biciclette.

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Il primo semaforo a Lido di Camaiore in Versilia, 1955 circa (da “Camaiore d’altri tempi”). Prima, su queste strade non serviva.

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Informazioni su Gianni Lombardi

Autore di libri e scrittore freelance. Ex pubblicitario. Istruttore di Yoga. -Blog, E-mail, Facebook, Twitter, Web, Pranayama, Filosofia Yoga -Tweet su Yoga, Internet, Bicicletta, Politica. Libri: http://owl.li/CESmh https://twitter.com/yogasadhaka
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5 risposte a Il semaforo è la rottura di scatole che gli automobilisti hanno imposto al mondo

  1. Servono strade asfaltate o in cemento in grado di sostenere mezzi che pesano da mezza tonnellata in su, fino alle ventisei tonnellate degli autoarticolati, per non parlare dei mezzi eccezionali….. un autocarro senza rimorchio arriva tranquillamente alle 40 tonnellate. L’autoarticolato può arrivare a 44 tonnellate così come l’autotreno. Quelli speciali possono anche superare le 100 tonnellate

  2. Massimo ha detto:

    Gentile Gianni Lombardi, leggendo questo articolo ho provato ad immedesimarmi nell’automobilista “ignaro” del mondo fuori dall’abitacolo.

    Questo articolo, pur fotografando correttamente un panorama sotto l’occhio di tutti, scade in alcune considerazioni che oscillano tra il ridicolo ed il fondamentalismo.

    Trovo i suoi scritti concreti ed equilibrati, ma in questo caso inaspettatamente, si rivolge solo ai ciclisti perdendo l’opportunità di far riflettere chi la pensa diversamente.
    Demonizzare l’auto è “pointless”, visti gli interessi economici e culturali ad essa collegati.

    Dal titolo non mi aspettavo qualche rivelazione su come eliminare i semafori e armonizzare l’uso dell’auto con le esigenze della comunità, invece ho letto una serie di osservazioni corrette ma a monte del problema.

    Un buon passo per eliminare, o perlomeno ridurre, i semafori è far rispettare le leggi che già esistono, e di cui lei ha già parlato.

    Io vivo a Bologna, dove il limite di 30 all’ora nel centro città, insieme al rispetto delle strisce pedonali, sarebbe sufficiente per una pacifica convivenza tra i vari utenti della strada.
    Dico “sarebbe” e non “è” perché non c’è nessuno a far rispettare queste prescrizioni.

    Non è incredibilmente diseducativo e stupido (per non dir peggio) prescrivere norme senza farle rispettare?

    Pur percorrendo parecchia strada in auto, MAI ho avuto il privilegio di vedere in città qualcuno fermato perché non dà la precedenza sulle strisce, o perché supera allegramente in curva o perché non rispetta la doppia striscia continua.
    L’anarchia che subiamo è una responsabilità in capo a chi dovrebbe far rispettare le norme di circolazione.
    Invito chi si preoccupa del consenso di chi commette infrazioni, a riflettere sui consensi che guadagnerebbero dalle persone civili (che sono la maggioranza) nel vedere la città regolata.
    Oltretutto più controllo in strada equivale a più controllo del territorio in senso lato, ovvero più sicurezza.

    Mi auguro che i suoi articoli, che non posso che definire onesti e lodevoli, vengano letti anche da qualche amministratore desideroso di lasciare un segno positivo nella gestione della comunità.

    Il desiderio di eliminare i semafori è condiviso ampiamente dagli automobilisti, e spero che questo comune sentire sensibilizzi tutti al rispetto di norme e comportamenti tali da rendere i semafori superflui, ed i loro costi evitabili.

    • Lisa ha detto:

      Caro massimo sula tua sensazione di illegalità concordo pienamente. Anch’io vivo in auto a piedi e soprattutto in bici a bologna e vorei tanto, ma tanto, avere anch’io la fortuna di vedere applicare (non mi è mai successo) la sanzione per violazione delle strisce pedonali o ciclabili, o per guida pericolosa o violazione del limite che non sia solo frutto di un vitupwrato quanto gabbato autovelox

  3. lisa ha detto:

    Non è incredibilmente diseducativo e stupido (per non dir peggio) prescrivere norme senza farle rispettare? Caro Massimo quello che hai osservato è esattamente – a mio modestissimo avviso – il centro del problema italiano: siamo riusciti a creare un sistema per cui chi rispetta le regole (anche giuste e democratiche) viene costretto a sentirsi un fesso. Il che è il massimo del tafazzismo per un ordinamento giuridico che dovrebbe premiare la legalità e punire la devianza.

  4. Pingback: Perché le rotonde riducono gli incidenti e fluidificano il traffico auto | Benzina Zero

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